Intervista a Alessandra

Chi sei?

Sono Alessandra, ho 48 anni, ho un marito fantastico, Roberto, e due figli, Gaia di quasi 17 e Riccardo di quasi 15 anni, fantastici anche loro nell’affrontare con tenacia e coraggio il periodo più difficile dell’esistenza di un essere umano: l’adolescenza. Lavoro per un laboratorio di restauro cinematografico dove mi occupo del personale, lavoro entrato del tutto casualmente nella mia vita perché la mia formazione e la mia passione sono, nell’ordine, l’astronomia e la danza classica. Ma siccome è noto che il caso non esiste, forse mi sono trovata in fondo ad avere a che fare quotidianamente con un’altra grande passione: le persone.

A che età hai iniziato ad avere i primi disturbi alimentari?

Ho iniziato ad avere un rapporto malato con l’immagine di me stessa e di conseguenza col cibo nell’estate del 1986, all’età di 13 anni.

Che sensazione ti dà il cibo?

Da allora, e per quasi tutta la mia vita, il cibo era un mondo da tenere più alla lontana possibile. Più ciò accadeva, più mi sentivo rassicurata e in controllo; quando avevo la percezione di un avvicinamento, quasi sempre indotto dalle circostanze peraltro e quasi mai dipendente da me soltanto, avvertivo un senso di pericolo che talvolta diventava panico. Da anni ho capito che eludere non porta a nulla, mi sono curata e oggi posso dire di avere raggiunto un buon equilibrio: il cibo ora può essere anche gioia, condivisione, appagamento ma soprattutto è un modo molto potente di prendermi cura di me.

L’ascesa verso il disturbo è stata rapida?

Rapidissima. Tra quell’estate e l’autunno successivo ho smesso quasi completamente di mangiare. Da agosto a dicembre ho perso circa 15 chili, forse 16, passando da 50 a 34 kg.

Ci sono dei cibi particolari che catturano la tua attenzione?

Prima ero attratta dai cibi molto calorici, nel senso che la mia attenzione era tutta volta a evitarli in modo assoluto. Ora sono attratta dai cibi sani, che so essere un beneficio per la mia salute, indipendentemente dal loro apporto calorico.

In quale momento del giorno si scatenano gli attacchi?

Non ho mai avuto attacchi, perché non ho mai sofferto di bulimia. Per me “l’attacco” poteva essere identificato in un accanimento della distorsione della mia immagine che mi portava a digiunare ancora di più.

Come ti è scattato questo meccanismo?

Il meccanismo della distorsione della mia immagine, che poi mi ha portata ad ammalarmi, è scattato quando il disagio che avvertivo in relazione al mio corpo, specchio di un disagio ben più profondo, non è stato più sopportabile e ho deciso quindi di modificarlo.

Che tipo di rapporto hai con la tua famiglia?

Il rapporto con mio padre e mia madre è sempre stato caratterizzato da forti contasti: con mia madre perché troppo diverse e con mio padre perché troppo simili. Da bambina ero perfettamente conforme al modello di figlia che i miei genitori mi avevano tacitamente imposto, quando poi non ho più potuto sostenere il peso di quella condizione che non sentivo appartenermi, è scoppiata la malattia. Per molto tempo e forse ancora oggi, talvolta, ho ricercato l’approvazione di mio padre, senza mai avere la percezione di raggiungerla.

La bulimia si lega spesso all’anoressia, che esperienza hai a riguardo?

La mia esperienza è solo di anoressia, non ho mai avuto episodi bulimici.

In che modo hai cercato di guarire? Che tipo di cure hai ricevuto e come stai affrontando la vita ora?

Non posso dire di aver mai ricevuto cure. Nel 1986 a stento si conosceva anche solo la parola “anoressia”; io stessa non l’avevo mai sentita prima di ritrovarmela stampata addosso. L’informazione era scarsa e le competenze ancor di più. Sono stata costretta a sedute con psicologi che mi hanno arrecato molti danni, tanto da farmi perdere ogni fiducia nella categoria. Sono stata ricoverata in ospedale, esaminata come una cavia da laboratorio senza ricevere una carezza o una parola di comprensione, ma solo accuse per la sofferenza che stavo arrecando ai miei genitori. Ho rifiutato con tutte le mie forze residue il ricovero in una clinica specializzata e da quel momento mi sono assunta inconsapevolmente tutta la responsabilità di quel che mi “restava” da affrontare. Uso questo verbo non casualmente, perché ricordo vividamente il peso di ogni giornata, la sensazione che la vita fosse solo un’enorme fatica e il desiderio che provavo ogni sera andando a letto di non svegliarmi al mattino seguente. Ho fatto tutto da sola, come potevo, ma ce l’ho fatta a non morire… Poi, nel 2019, ho conosciuto un terapeuta che ha un approccio diverso da quelli tradizionali e mi sono affidata a lui, perché ho compreso che da soli si può sopravvivere, ma per riappropriarsi della vita vera spesso è necessario farsi aiutare. Ora penso di aver fatto i passi giusti e di aver lasciato andare. Ho perdonato e mi sono perdonata.

Se dovessi dare un consiglio a qualche persona malata di disturbi alimentari, quale daresti?

Non vergognarsi di nulla. Non è una colpa, non è un difetto: un disturbo alimentare è una malattia. Se si ha la polmonite non ci si nasconde, si va dal medico e talvolta anche all’ospedale. Se si è “malati di cibo”, e come sappiamo questa è solo la manifestazione di un mal dell’anima profondo, ci si nasconde e ci si sente difettosi. Chiedere aiuto è il passo indispensabile da compiere per uscire da una schiavitù che altrimenti rischia di tenere in gabbia per sempre. Si può tornare ad essere libere, si può tornare a vedere il sole.

E a chi si trova ora nel vortice del DCA, questa potrà sembrare una follia… ma verrà un giorno in cui sarete grate alla vita per tutto ciò che avete passato, sofferto e superato, perché sarà parte di voi, una parte importante, quella che vi avrà reso resistenti e flessibili come una ballerina. Perché si può sempre ricominciare a ballare con la vita…

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